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Posted: 8/6/03 23:54 Neovolgare e me ne vanto
Ho vinto io. Non è possibile, Vitto’, me sto a sbaglià..., è stato il primo commento di Floriana, chewingum e sigaretta in bocca, alla notizia che il 56 per cento degli italiani l’aveva laureata vincitrice del “Grande fratello”. «Tutto è possibile qua», ha detto sconsolata l’altra finalista.
È possibile che «un’energumena sfacciata e impegnata a recitare nel ruolo di coatta», come l’ha apostrofata Natalia Aspesi su “Repubblica”, ribalti i cliché televisivamente vincenti e si trasformi in una sgomina-veline. È possibile che conquisti tutti: dagli adolescenti dall’sms facile alla gente di borgata, dai critici televisivi snob agli spettatori del nord più tradizionalmente antiromani. E che si imponga, con la forza deflagrante di una storia malinconica e di un linguaggio sbracato, come testimonial perfetta dei nostri tempi. L’icona, cioè, di una neovolgarità che ha invaso la società, che è diventata un nuovo codice estetico e culturale. Dilagante.
Dal design, che cerca nell’anatomia umana spunti di creatività, al cinema, che lancia lo “spanking” (il ritorno alla sculacciata prefemminismo), alle trasmissioni televisive arrivate a proporre surreali sfide tra vergini ed esperte. Quasi un’estetica del ghetto, che spazia dalla musica allo stile, e arriva anche al modo di pensare le città. Una neovolgarità condivisa, che trionfa nel vestire e nel parlare. Che più che impensierire, diverte. Che non è disapprovata, ma diventa modello di riferimento. «Viviamo dentro una volgarità diffusa e siamo privi di anticorpi. Se non c’è qualcuno che ci avverte, non ce ne accorgiamo più», dice Ivo Germano, sociologo alla facoltà di Scienze politiche di Forlì.
Ma come è successo? «Abbiamo a tal punto sdoganato un certo linguaggio e legittimato comportamenti volgari, trasformando in oggetti di adorazione personaggi beceri, da esserci mitridatizzati. A furia di giochi culturali col trash abbiamo perso la rotta. E ora siamo di fronte a riviste maschili che pretendono di indottrinarci sull’orgasmo in 16 minuti e mezzo. Accettiamo che i vagoni ferroviari siano invasi da mille diverse suonerie di cellulari. Sottostiamo all’idea che donne mezze nude in tv riflettano le vere ambizioni dei maschi. Lasciamo correre su modi di vestire che hanno trasformato le strade in spiagge».
I neovolgari, in effetti, godono del supporto di certa moda. Le donne caracollano su trampoli dorati, su zeppe infinite o su infradito da spiaggia trasformate, col tacco, in must dello street style. Nessun embargo su canottiere bianche, abiti sfrangiati e rattoppati, su finto o vero vintage: tutto è di moda all’insegna di etichette come camouflage. O trash-chic. «Attenzione, però, a non scambiare quello che è provocazione, e frutto di ricerca, per volgare», avverte Saro Trovato, presidente di Meta Comunicazione. «Credo che ci sia un’enorme differenza tra la volgarità come trovata mediatica e quella percepita dalla gente. In tv un personaggio come Floriana funziona perché chi la guarda ha la possibilità di sentirsi superiore: rappresenta, cioè, qualcuno che si può dominare e deridere.
Fuori dal reality show, torna una persona volgare. E il volgare non premia, come sa la pubblicità: nessuno comprerà mai un prodotto che è percepito come volgare. È vero: ci sono forme d’arte che si ispirano ai media. Ma in quel caso il risultato è uno stile pop voluto, cult».
«Detto questo, Floriana è partita da outsider, come la Cenerentola del gruppo. Per essere tanto votata un meccanismo di immedesimazione deve esserci stato», replica Germano. Non a caso, consapevole o no, la volgarità, espressione di una sub-cultura di periferia che piace perché autentica, dilaga. Aumentano i locali barocchi e ridondandi, che a Roma e Milano prendono il posto degli interni minimal. Impazza la musica dei Flaminio Maphia, che attaccano Acidella «che non la dà». E frustini fetish, tute in latex e vibratori da borsetta, griffati Sonia Rykiel o Agent Provocateur, si esibiscono senza inibizione. Diventano divi prezzemoline televisive e cuochi buzzurri, che trasformano in vezzo la loro ignoranza. Lapsus erotici e doppi sensi invadono la comicità, come dimostra il successo della pur colta Anna Maria Barbera, su Zelig nei panni di una sboccata Sconsolata.
«La coscienza sociale ormai diffusa si è arresa di fronte al diffondersi di gratuite volgarità, fatte circolare anche attraverso il mezzo televisivo, e si ritiene che non vi sia alcuna carica offensiva in certe espressioni», ha sostenuto la Cassazione, assolvendo le parolacce tra automobilisti come «rafforzativi del pensiero». E mentre l’educazione diventa un fossile, lo stile di truzzi e borgatari fa tendenza. Fino a dettare le linee di nuove scelte residenziali. Si chiama “sprawl urbano” il processo che mette in crisi i modelli di città e che rilancia periferie e quartieri extra-raccordo. A New York sta portando alla ribalta quartieri come Dumbo (Down under Manhattan Bridge overpass) e BoCoCa (Boerum Hill, Cobble Hill e Carrol Gardens). A Roma ne è una dimostrazione il Pigneto, ex quartiere popolare sulla via Prenestina, preso di mira dai più alternativi, habituè di Testaccio o San Lorenzo. A Milano è la Bovisa in via di rapida riqualificazione. A Catania il quartiere di Librino.
«Le aree sottostanti i viadotti, le zone residuali determinate dal passaggio delle grandi reti stradali, le terre di nessuno prodotte dai tracciati ferroviari, le aree di risulta generate dagli svincoli autostradali sembrano restituire, più ancora delle superfici disegnate e controllate attraverso processi di progettazione, i significati e i valori di una contemporanea forma di metropolitanità», sostiene Paolo Desideri, docente di Composizione architettonica e urbana all’Università di Pescara, in “ExCity” (Meltemi). Sono i luoghi che la cultura black per prima ha trasformato in spazi cult. Un linguaggio ribelle e liberatorio che piace sempre di più. Come dimostra il caso del rapper 50Cent. O quello di Jennifer Lopez, che ambienta i suoi video negli ex quartieri malfamati di New York. O di schiere di rapper che evocano in musica il contro-galateo teorizzato: la maleducazione come stile di vita. Un underground che piace al punto da attaccare il proverbiale aplomb inglese: “La commedia degli equivoci” di Shakespeare, ad esempio, dal Fringe Festival di Edimburgo è ora in cartellone a Londra in versione rap (The Bomb-itty of Errors, una “add-rap-tation”).
Perché la neovolgarità -sempre più compiaciuta- non è solo italiana. “Usa Today” si è recentemente occupato della “rudeness” degli americani. E a questa libertà individuale, condizionata solo dal piacere personale, si riferisce il sociologo Zygmunt Baumann ne “Il disagio della postmodernità” (Bruno Mondadori) come uno dei fattori con i quali in futuro fare i conti.
«L’involgarimento ha due ragioni», spiega Germano. «La prima è la fatica del contegno: nessuno sa stare al suo posto senza sentirsi limitato. La seconda è che c’è una tale voglia di mostrarsi e di non essere risucchiati nell’anonimato, da far sembrare la società “uscita dai margini”. Siamo come un foglio che non ha limiti».
«Non ci sono più confini, non si percepisce ciò che è giusto o sbagliato. E questo rende complicato un lavoro di tutela sui più giovani», conferma la psicologa Mariolina Palumbo, presidente dell’Associazione per adolescenti Allegra «La generazione di genitori tra i 35 e i 40 anni sta facendo danni enormi, perché è lei stessa senza confini. Una volta si parlava di gesti da camionista, oggi è la signora perbene ad alzarti il dito nel traffico. Non si tratta di insegnare ai ragazzi a non sbagliare il congiuntivo o a stare bene a tavola, ma di qualcosa di più grave. È necessario intervenire per recuperare quegli esempi che gli adulti hanno proposto come vincenti. Al “Grande fratello” abbiamo visto di tutto: dall’insulto agli sproloqui sull’omosessualità senza filtri. Se non si interviene al più presto, il processo rischia di diventare irreversibile».
Non sarà un caso che in quest’Italia indifferente ai rumori intestinali di Fedro o alla bestemmia che sfugge, il 70 per cento di 3 mila ragazzi tra i 18 e i 29 anni, intervistati dall’Eures, si dichiari pronto a farsi raccomandare per ottenere un lavoro.
«Bisogna prendere le distanze dalle cose volgari. Praticare una forma di resistenza personale», dice Germano. «Oggi se non sei un po’ blasè rischi di apparire out. Non è vero. A forza di legittimare comportamenti volgari si costruisce solo un sentiero di cinismo».
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